Prefazioni

 


Prefazione a Prima che il vento se li porti via di Giuseppe Campaioli

Collana Crisalide Prosa, Masso delle Fate Edizioni, Signa, 2008, pp. 96.
 
   Seguendo il lungo filo della memoria e descrivendo i cambiamenti verificatisi nella città di Prato, in un arco di tempo che va dai tardi anni ’50 ad oggi, Giuseppe Campaioli con il suo libro, Prima che il vento se li porti via, non solo rievoca momenti del suo vissuto – tratteggiando ritratti di persone con le quali ha condiviso esperienze lavorative o allacciato rapporti di amicizia –, ma sottolinea anche caratteristiche della Prato degli anni del boom economico e dei suoi ‘nuovi’ imprenditori – “persone astute e con tanta voglia di lavorare” –, impegnati a produrre tessuti e a inventarsi strategie innovative per rimanere competitivi e al passo coi tempi.
    Esemplare è la descrizione della figura de I’ Sor Omero per le sue doti umane, per il suo infallibile intuito per gli affari, per la sua carica di umorismo verace. Non si può non sorridere o non riflettere quando si leggono le pagine a lui dedicate, e, grazie alla sapiente descrizione del Campaioli il personaggio cattura subito la simpatia del lettore.
    Ricchi di particolari interessanti sono i racconti nei quali è spiegato il ciclo produttivo dei tessuti, cioè dei vari passaggi necessari a trasformare le materie prime – spesso giunte dagli Stati Uniti (indumenti usati) – in prodotto finale: il famoso tessuto cardato pratese; piacevoli a leggersi quelli che tratteggiano, con arguzia e sottile ironia, le singolari figure di rappresentanti e di mezzani (Mr. Kholi, Feo), così come, quelli in cui vengono svelati i trucchi, inventati da ingegnosi pratesi, per aggirare divieti e aumenti imposti dalla dogana statunitense sull’enorme quantitativo di tessuto di importazione pratese (Le tipologie, La cena del pelo).   
    L’occhio di attento osservatore ha permesso all’autore – piccolo imprenditore lui stesso – di captare i mutamenti che, nel corso degli anni, hanno caratterizzato la città sia in campo lavorativo che in quello sociale. La sua spiccata sensibilità, invece, lo ha portato a constatare, con rammarico, la grave crisi che è imperante, ormai da qualche tempo, nel settore del tessile e lo ha reso partecipe dei problemi scaturiti dall’attuale ondata di immigrazione extra-comunitaria – dopo quella da altre regioni d’Italia –, che ha reso Prato una realtà multietnica.
    Nel bellissimo racconto La forza di un sorriso emerge il suo desiderio di pace, di solidarietà e amicizia tra popoli di cultura, razza e religioni diverse; egli, inoltre, dà un esempio concreto di come diventa semplice e naturale l’integrazione con persone di disparate nazionalità, se essa è basata sul rispetto reciproco e la disponibilità verso l’altro. 
       Non mancano in altri scritti concetti e riferimenti a differenti sentimenti e situazioni. In L’amore importante viene svelato il momento in cui incontra il vero amore, quello che dura una vita, in Donne usate tratta di un argomento purtroppo ancora attuale, lo sfruttamento e il ricatto sessuale nei confronti di una ragazza da parte del suo datore di lavoro. La figura femminile è disegnata, dal Campaioli, con delicata sensibilità e si intuisce il suo sdegno verso le persone che approfittano in modo negativo, o ingiusto, di circostanze e posizioni a loro favorevole; invece, una visione serena dell’esistenza e un approccio pacato anche con situazioni difficili sono una componente predominante del suo modo di essere.
    Le pagine di questo libro sono scritte con un linguaggio chiaro e semplice, a tratti venato da una sottile ironia che ne rende la lettura scorrevole e gradevole; pagine dense anche di informazioni e di riflessioni sul tempo presente e su un mondo che è cambiato, in cui i personaggi e i valori non sono più gli stessi. Un mondo al quale Giuseppe Campaioli continua a guardare con un pizzico di nostalgia e tanto affetto, cristallizzandone gli aspetti salienti nei suoi scritti “prima che il vento di Prato se li porti via” e li cancelli dalla sua mente.
 
Nicoletta Corsalini

Prefazione a  …Io sono figlio del vento di Marco Michelini

Collana Crisalide Poesia, Masso delle Fate Edizioni, Signa, 2006, pp.148.
                                                               

Marco Michelini. Poesia come espressione di sensibilità e di inquietudini giovanili

    " …Io sono figlio del vento" ha scritto Marco Michelini nei versi di alcuni testi e proprio queste parole danno ora il titolo al libro che raccoglie tutti i suoi scritti: poesie, brevi componimenti di prosa poetica e pensieri. I genitori li hanno ritrovati dopo la sua prematura scomparsa, a causa di un incidente stradale, e come ulteriore gesto d’amore hanno deciso di pubblicarli con la speranza che questo libro possa diventare una voce in più per sensibilizzare i giovani (ma anche i meno giovani) ad una maggiore prudenza sulle strade  e con l’intento di aiutare in modo concreto gli altri (infatti, il ricavato della vendita del libro sarà devoluto in beneficenza).
    Gli scritti sono stati ritrovati su quaderni, diari, fogli, foglietti, cartoncini… e su di essi  Marco ha fermato i propri stati d’animo e i propri pensieri, qualche volta annotandovi la data o firmandoli – Lord Miche, Ser Derek, Mish, Harlequin–  o personalizzandoli con disegni, altre volte, invece, non compare nessun elemento distintivo. E proprio questi ultimi, che rappresentano una piccola parte dei suoi scritti, sono stati letti con maggiore attenzione da me, dai genitori e dai suoi tanti amici, con l’intento di rilevare, in base alle nostre conoscenze e ricerche, se fra di essi vi fosse qualche brano trascritto da altre pubblicazioni.Pertanto, se nel libro, fossero presenti versi o frasi che hanno analogie con quelli di altri autori, è dovuto unicamente al fatto che, fino al momento in cui il libro di Marco è andato in stampa, non sono stati individuati, per l’impossibilità di conoscere l’intero universo della parola scritta.
    Fin dalla prima volta che ho letto i componimenti di Marco Michelini, mi ha assalito una forte emozione, poiché nelle sue parole ho ritrovato i riflessi di momenti di particolare intensità emotiva da lui vissuti e l’espressione dei suoi pensieri più reconditi. E, ogni volta che li rileggo mi sembra di percepirvi i sogni, le ansie, le passioni, la voglia d’amore, l’esuberanza, l’ironia… che gli erano propri e di cogliervi anche le ataviche domande che tormentano l’uomo sul mistero dell’esistere, sul proprio destino e sulla sofferenza. Sia i molteplici contenuti della sua poesia sia il linguaggio usato, che in alcuni testi si carica di acceso lirismo e in altri rispecchia il modo colorito, ed a tratti economico, nel quale si esprimono i giovani di oggi, mi hanno suggerito che gli scritti di Marco vanno letti così come lui ce li ha lasciati, anche se una parte di essi, non è mai stata trascritta per apportarvi variazioni, ma rappresenta la prima ed unica stesura.Questo particolare, insieme alla loro innegabile densità, denota quanto la poesia fosse parte integrante del suo mondo interiore e che il suo discorso poetico non è artefatto  ma carico di freschezza e comunicabilità, anche nelle poesie che presentano spunti di arguzia e ironia,  o in quelle caratterizzate dall’uso dell’enjambement, dall’assenza di qualsiasi segno di interpunzione o, al contrario, da un eccessivo uso dei tre punti di sospensione.
    Il libro è costituito da due parti, “…Io sono figlio del vento” e “Notte. L’ultimo pensiero del giorno va a te”, entrambe suddivise in tre sezioni. Nella prima parte le ansie, le angosce dell’uomo e gli eterni elementi conflittuali vita/morte, luce/buio, nulla/tutto, amore/odio, cattiveria/bontà lacerano l’anima di Marco e la sua forte sensibilità unitamente all’inquietudine caratteristica dell’età adolescenziale e giovanile sembrano accentuarne gli echi. Conseguentemente la forza delle sue parole in svariate composizioni — soprattutto in quelle le quali affrontano le tematiche della morte e della solitudine  —, diventa dirompente e, oserei dire, fonte di turbamento interiore anche per chi legge (Folle pensiero, Ballata di morte, Solo attimi di sconforto…). 
    Cavalieri e draghi, paesaggi immaginari e magiche atmosfere di antiche fiabe, ritornano dall’infanzia per racchiudere diversi testi in un alone di sogno, nel quale, lui stesso si proietta diventando un personaggio umano tra personaggi fantastici. Visioni oniriche si intrecciano con visioni di un mondo reale “cupo”, spaventoso, dove l’infanzia è vista come l’età ideale nella quale l’anima dell’uomo è incontaminata poiché il tempo e il mondo non sono ancora riusciti a corrompere la sua purezza. “I lupi” sono ancora lontani e il bambino non conosce la sofferenza e la paura (Muori bambino, Là dove chiudo gli occhi…).
    Le laceranti antinomie che tormentano Marco sembrano dissipare la loro malia quando l’amore è scoperto e vissuto. Nella seconda parte del libro, Notte. L’ultimo pensiero del giorno va a te, è proprio l’amore il sentimento che scatena in lui una moltitudine di emozioni e alterni stati d’animo. Marco cerca l’amore e in esso si smarrisce quando lo trova e per esso si dispera quando lo perde. Proprio da questi momenti diversi nascono versi di intensa passionalità e sensualità, di esasperante attesa, di profonda disperazione (Come la sabbia mi consumo, La mia donna, E ti storci le mani, Dove sei?…); da essi nascono anche passi dai quali si possono captare modelli comportamentali e di vita dei giovani di oggi: “ti ho tenuta giorni ad aspettarmi mentre giocavo al computer. Ma quanto cazzo di tempo ho buttato nel cesso…” (Se non…).
    Ma da sempre la vita, che “devi prendere come dono”, reclama di essere vissuta, mentre “si consuma come una matita”. E Marco la vita l’ha vissuta davvero, con intensità, condividendo con gli amici molte passioni, per il medioevo e la sua storia, per la musica e per le moto. Sulla sua rombante, nera Harley Davison, ha assaporato il rumore della libertà e si è sentito ‘figlio del vento’; figlio di quel vento che aveva “dentro”, che “spazza la ragione, porta la nebbia, trascende sul mare” (Solo attimi di sconforto); di quel vento sempre in movimento come la vita, che “soffia” forte e “sbatte le porte”; di quel vento che lungo strade asfaltate ha corso insieme a lui ed alla sua moto per andare lontano, lontano… Ora, grazie alla poesia Marco continua a parlare, e  tra le sue parole scritte è possibile trovarvi, più di una volta, il presentimento del suo destino, del suo breve viaggio:
 
    […] E canta uno stonato pianoforte le speranze del mio
    successore che mai conoscerò
    affogando nell’oblio del sole senza luce
    Odio, odio, odio, senza cuore
    Freddo, freddo, freddo senza un’anima
    Vento porta via, vento rimani, vento nascondi,
    non torneremo più qui
    Via via mai più, solo io e il vento, come una foglia
    Forse… Forse…
 
    (da Là dove chiudo gli occhi…)
 
              Ma, dalle sue parole traspare anche la sua visione di vita, come sete d’amore e bisogno di amare con gioia o con dolore:      
 
     […] Rido a crepapelle
    Per il mondo per le stelle
    Rido…
    […] E mi ripiego su me stesso finquando
    La solita nota del dolore non torna
 
    E mi farà ballare ancora
    …E ancora…
 
     (da Rido)
   Nicoletta Corsalini

Prefazione a Per le strade del mio “Io” di Gino Lappano

Edizioni Pentalinea, Prato 2005, pp. 120.
 

Gino Lappano e il suo viaggio chiamato vita

Gino Lappano, in questa raccolta dal titolo Per le strade del mio Io, affida alla poesia il compito di scandagliare le regioni sconosciute della sua interiorità, per cercare di far affiorare ciò che si nasconde dietro alla propria inquietudine esistenziale, al suo essere uomo con desideri, paure e domande. Spesso dietro questa inquietudine, si avverte un travagliato conflitto con il suo doppio, concepito a volte come entità puramente spirituale, altre come figura dotata di corporeità e individualità. E’ un conflitto interiore che sembra non riesca a trovare soluzioni perché scatenato da dilemmi che da sempre spingono l’uomo, e in modo particolare i poeti, a porsi domande sul senso della vita e della morte, del buio e della luce.
Il poeta e il suo ‘Io’ camminano l’uno accanto all’altro, persi nella solitudine e nel silenzio di “piccole strade di sasso” (Straniero), vicini eppure lontani (Lui). Entrambi si sentono stranieri in un mondo dove solo “volti… | anonimi, illeggibili scorrono sullo schermo” dell’esistenza (Il mare), in un mondo in cui l’indifferenza verso l’altro è diventata tangibile e ognuno è intento “a nascondere le | sue sofferenze dietro a sbarre” (Dietro le sbarre).
Il sentimento del trascorrere inesorabile del tempo affiora prepotente dai suoi versi insieme alla consapevolezza di lasciarsi, alle spalle, lungo le strade della vita tutti i suoi ieri, mentre, nella mente gli restano solo i ricordi, popolati dalle ombre del passato, vivi e intrisi di malinconia per le cose e le opportunità perdute; sente, anche, che le solide radici del suo passato sono state divelte dall’incessante succedersi degli eventi e che l’unica forza capace di rigenerare le sue speranze e di ridare vigore al suo ottimismo è l’Amore.
Dalla lettura dei testi, della sezione La nostra storia, emerge la sua affannosa ricerca dell’essenza di questa forza nel legame con la donna per la quale ha “bruciato” il suo “cuore” e insieme alla quale ha “bruciato… sogni di vita” (Ci siamo amati). E, vuole provare a dissipare le nebbie che rischiano di offuscare il loro rapporto per allontanare, finalmente, i suoi angosciosi timori della possibile fine del loro amore creduto “eterno”. Inoltre, desidera ripercorre a ritroso quei sentieri che li hanno allontanati, per imboccarne nuovi dai quali sia possibile guardare con maggiore serenità i germogli dell’albero, un giorno, piantato insieme e desidera abbattere i muri di incomunicabilità fatti di parole e gesti “distratti”, per riprendere il loro viaggio seguendo “quel tenue filo chiamato “speranza” (Sentieri). Proprio il tema del viaggio, sia fisico sia interiore, è costantemente presente nella silloge, fin dal titolo, tratteggiato da numerosi sostantivi e verbi ad esso riferiti – strade, vicoli, passi, camminare, andare, tornare… – e dalle varie metafore.
Una grande tensione emotiva permea l’intera raccolta e viene resa ancora più trasparente da un linguaggio piano, dall’approccio immediato. Nei singoli testi, a volte di brevissimo respiro, si capta il prevalere di una ricerca sul significato dell’esistere carica di spunti psicologici ed etico-sociali (come nella sezione Identità svanite), dai risvolti prettamente personali, dove l’io e il tu sono spesso punti di partenza e di arrivo dei suoi pensieri.
Gino Lappano attraverso la scrittura riesce ad esternare i suoi conflitti interiori e prova a ricucirne gli strappi più profondi, per poter annientare il senso di vuoto che a volte lo stravolge, per poter trovar risposte che acquietino la propria inquietudine esistenziale, per poter alla fine vedere “di un nuovo giorno l’alba… | di promesse gravida” (Alba).
Nicoletta Corsalini
 

Prefazione a Gocce di stagno di Guerriero Dell'Orso

Masso delle Fate Edizioni, Signa, 2003, pp. 96.
 
Si percepisce subito, nelle poesie che Guerriero Dell’Orso ci propone in Gocce di stagno (sua opera prima), una naturale capacità espressiva che spazia dalle riflessioni sugli eventi della propria vita a quelle su alcuni problemi del mondo circostante.
I due universi, quello individuale e quello universale, si intersecano e si sovrappongono, condividendo paesaggi naturali e richiesta di giustizia per “i fratelli” e per la natura stessa.
Il suo intimo sentire è intriso di immagini venate di malinconia dettate dalla consapevolezza che “il tempo scorre in fretta”, “consuma” il corpo e “accorcia la vita” finché la morte, il buio, l’ignoto prenderanno il sopravvento. Le ataviche paure dell’animo umano dell’ignoto si riaffacciano nell’intimo del poeta e l’unica consolazione sembra essere dettata dal sapere che nuove piante germoglieranno dalla propria vita continuando il ciclo naturale dell’avvicendarsi della nascita e della morte. Così, nuove vite, nuove gocce, confluiranno nello stagno dell’esistenza per poi dissolversi in un moto perpetuo quale è il destino dell’uomo.
La poesia di Guerriero Dell’Orso è attraversata da presenze costanti: “il sole” sorgente di luce, “la terra” elargitrice di frutti, “l’acqua” fonte di vita, “il vento” eco di voci lontane, “l’uomo” figura ambivalente dove convivono il bene e il male e, soprattutto, “l’amore” per la sua donna, per la figlia, per gli altri e per la natura.
E’ proprio dal suo “cuore malato d’amore” e di sensibilità che scaturiscono versi spiritualmente profondi che diventano preghiere per “chiedere a Gesù che | pretenda la pace tra i popoli”, a Dio di “nutrire tutti i suoi figli” e di concedere a lui “l’eternità | accanto alla donna che” ama ed è questa profonda fede nel divino che illumina di speranza il cammino poetico dell’autore.
La sua è, però, anche una “malattia” che trasporta nei versi parole esprimenti calda passionalità e tenerezza per l’amata. Il corpo femminile, i capelli, le labbra diventano particolari degni di ammirazione mentre le mani, gli occhi, il volto diventano “specchio dell’anima”, strumenti per parlare, capirsi e coltivare un rapporto amoroso che scavalchi i confini del tempo.
La natura è sempre presente nella poesia di Gocce di stagno, fin dal titolo della raccolta. Essa diventa protagonista di numerose liriche, delle tre sezioni in cui è diviso il libro, con i suoi elementi più belli: i tramonti, le albe, gli alberi, gli uccelli, i fiumi ecc… Dona ai versi tonalità diverse di colori, mentre le similitudini e le metafore presenti acquistano delicatezza e il ritmo si distende con più pacatezza.
L’enjambement si affaccia in modo naturale alla fine di molti versi caratterizzando, insieme all’uso di svariate parole non usitate nel linguaggio poetico, il modo di scrivere dell’autore.
Un poeta dall’animo sensibile, Dell’Orso, che percepisce l’umiliazione e la sofferenza dei popoli affamati, la crudeltà della guerra, le angherie a cui è sottoposta la natura in nome del progresso ma che crede ancora nell’uomo, nella sua parte migliore. Parte in cui l’amore e il divino trascendendo il soggettivo si incanalano verso una dimensione universale per cercare di costruire un mondo più giusto dove respirare e sentire ogni giorno “ il profumo della vita” non il profumo del dolore e dell’angoscia.
Nicoletta Corsalini
 

Prefazione a Voli di farfalle  di Letizia Santanna

Pietro Chegai Editore, Firenze, 1999, pp. 144.

La voglia di scrivere in Letizia Santanna diventa necessità personale, torrente impetuoso di sentimenti e sensazioni che, straripando dalla sua anima si riversano sotto forma di parole su bianchi fogli per prendere vita e levarsi nel mondo visibile in leggeri, silenziosi, discreti “voli di farfalle”.
Questa necessità, sentita fin dalla prima giovinezza, è rimasta per molti anni racchiusa nello scrigno segreto del suo cuore, mentre, le sue poesie, le sue favole e i suoi racconti rimanevano nascosti nell’angolo più buio di un cassetto.
E solo pochi anni fa, Letizia, con un grande sforzo di volontà ha trovato il coraggio di tirare fuori da quel cassetto i suoi scritti, limpidi frammenti di personale vissuto e sentire, per leggerli o farli leggere ad amici e conoscenti. Ed è con l’orgoglio di chi si sente considerata amica e con la commozione di chi amica si sente che, dopo averli letti con attenzione, posso esprimere con sincerità le emozioni e le riflessioni che hanno suscitato in me.
Le sue liriche inneggiano alla vita intrisa di ricordi, frutti di poliedriche esperienze; all’amore da donare in silenzio ed all’amore trascinante, vibrante di passione che riempie di pace e tormento; alla natura immenso scenario di albe e tramonti, boschi ed animali, dove l’essere si abbandona e si ritrova; questi temi sono  espressi dalla poetessa con dolce malinconia, semplicità e spontaneità senza ricercatezze di astrattismi o schemi metrici.
Dalle sue poesie si intuisce che raramente Letizia si lascia sopraffare dalla tristezza e dalla voglia di rimanere in balia della solitudine; nei momenti in cui la vita le pone davanti ostacoli, scelte difficili ed eventi tragici, reagisce, invece, con vigore affrontandoli e continuando imperterrita il proprio viaggio costellato da incontri con persone, cose, profumi, suoni, colori, i quali lasciano altri segni indelebili nella sua memoria: “Nella mente mia/ riecheggia il suono/ della voce sua…” (A mia madre); “La tua sfocata immagine/ accompagnò i lunghi/ giorni della vita mia/ senza mai porgere…” (A mio padre); “Terra natia,/ arcano richiamo/ legato al profumo/ di zagare, aranci,/ al mandorlo in fiore…” (Arcano richiamo).
E proprio i ricordi di compagni di viaggio, di sogni e fantasie di bambina, sono rievocati, ridisegnati e trasformati in favole e filastrocche, allegre, colorate e intarsiate di personaggi altruisti e gentili, che sanno di pulito ed azzurro.
Nelle sue favole anche i personaggi non umani sono dotati di sentimenti profondi, soffrono, amano e gioiscono, fino al punto di piangere: “Sul volto del manichino scorrevano due gocce di resina lucente…” (Il sogno di un manichino);  diventano parte integrante della realtà e la vivono intrecciando le loro vicissitudini ed avventure con quelle degli esseri umani. Diventano così sia l’emblema di una fantasia che riesce ad animare oggetti, animali e cose sia quello del desiderio di ridare alla realtà un pizzico di immaginazione per poter tornare a sognare ad occhi aperti come bambini.
Questa voglia di sognare ancora non allontana Letizia dal vissuto di ogni giorno, si tratta, infatti, solo di una parentesi per prendere il volo con la fantasia e rinvigorire il proprio spirito, in modo che poi possa affrontarlo con più serenità, come dimostrano i racconti e le poesie che parlano di eventi reali o che cantano l’Amore, quello con la “A” maiuscola, prerogativa e sale di tutte le cose.
Dopo la lettura del libro, risulta palese la capacità dell’autrice di spaziare da un angolo all’altro della sua mente, per poi scrivere anche frasi che descrivono tragicomiche recite, le quali si svolgono sul palcoscenico della vita: “…malgrado la perenne espressione amara, una luce di malizia scintillò nel suo sguardo al passaggio, nella strada, del furgone del fioraio…” (La ghirlanda); “ – Vai, quello è tuo padre! – Egli non riconobbe la vecchia e la ragazzina, e lei, ormai troppo grande, non volle attraversare la strada…” (La finestra sul cielo).
Secondo me, Letizia, nelle poesie d’amore, e in quelle in cui canta la magia della natura, si apre al mondo e la sua gioia di vivere, di essere donna e mamma, esplode con un’intensità e una semplicità di linguaggio tale da coinvolgere il lettore e farne apprezzare tutta la freschezza e tutta la carica emotiva.
Nicoletta Corsalini

 

Copyright © Nicoletta Corsalini
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