I solchi dei giorni


I SOLCHI DEI GIORNI

Poesie 

PREFAZIONE

        

I solchi dei giorni 1

Ho letto piu volte il libro I solchi dei giorni di Nicoletta. Prima ho letto le poesie in ordine sparso, poi il testo, secondo la disposizione data dall'autrice. Infatti ii libro consta di  quattro parti, in una scansione di temi precisa e definita.
A mio avviso, la presentazione dell'opera, non toglie nulla però all'unità della poesia, alla forza del sentimento, all'angoscia e al sogno, se non forse un po' di spontanea naturalezza. Prevalgono nelle vane parti, di volta in volta, interessi e sentire mirati. Verso la famiglia e l'ambiente nativo in "Si allontanano, fratello…". Riflessioni più intimistiche nel confronto di sé e della natura in I solchi dei giorni. Uno sguardo malinconico, un senso di caducità e di impotenza, verso il mondo nel quale siamo immersi in "Insegne al vento". Infine in: "Quando le stagioni diventano brevi", pare di cogliere la confusione di ciò che sfugge, l'imponderabilità del tempo, il vagheggiamento nostalgico e visionario della vita.
La lettura delle poesie nel loro insieme, suscita curiosità di indagine e mi porta a considerare il vero e il fantasioso che sempre coinvolgono, la parte più profonda dell'anima, dove si nascondono. Così, come colgo nei versi dell'autrice, una forte tendenza all'intimismo e all'esistenza, come passione inquieta e leggenda di un destino. Direi di più: c'è spesso il labirinto che rispecchia, nel verso, l'incongruenza dove ciascuno inciampa, vola via e ritorna, col sentire della morte, nel sapore amaro e dolce della vita. Una poesia che si incontra e si scontra col mondo, per divenire visione di sé, nel visionario dell'anima.
Entrando poi nella trama dei versi, trovo una discreta compattezza di stile, la ricerca di coerenza dei temi e l'uso frequente di termini decorativi, come una precisa scelta personale. Ciò fa sì che Nicoletta esprima, come in un gioco a nascondino e in una scherma di passioni, il sentire istintivo, arcano e profondo, che spesso sfiora l'insensatezza della vita, l'inconsistenza dell'essere, il dolore e il mistero che pesano addosso. La felicità che non si fa stringere.

 Silvana Santi Montini

 

NOTA CRITICA

C'è un nuovo appuntamento, il secondo per l'esattezza, così dopo il primo volume intitolato Fiore di loto, Nicoletta invita ad un nuovo incontro con la sua poesia; ed ecco questa seconda raccolta dal suggestivo titolo: I solchi dei giorni. E' suddivisa in quattro sezioni, ognuna delle quali dedicata ad espressioni tematiche di momenti sofferti e realtà oggettive. Ogni sezione ha una seconda intestazione che riporta il titolo di una poesia contenuta nella medesima. Piena di significati è la dedica a suo marito, Paolo.
Dare delle opinioni su opere letterarie è un compito un po' arduo per chi non esercita la professione di critico. Ma io devo dire che sono molto onorata di accogliere la richiesta di Nicoletta, esprimere il mio pensiero sulle sue poesie; sarà per me un grande piacere manifestare l'impatto emotivo che i suoi versi m'ispireranno. Non mi soffermerò su contenuti di ordine tecnico, la poesia è una espressione personale del poeta ed in quanto tale è giusto rispettare il modo e lo stile in cui ognuno sceglie di esprimersi.
Innanzi tutto vorrei esporre il modo in cui io sento la poesia, al di là della rima, della metrica, dei rigidi schemi da manuale. Poesia, per me e per chiunque scriva, è un moto del cuore, un'onda d'emozione che travolge, una necessità istintiva inderogabile e trova il suo scopo di esistere nella punta di una penna che scivola su una pagina hianca. Ecco, il miracolo è fatto! Il cuore e la mente riconoscono le parole nate libere sulla carta. Le frasi trasformate in versi rappresentano i propri attimi di vita, pensieri, desideri, sogni…
La sofferenza è esorcizzata dalla poesia, i sentimenti proiettati e perpetuati nel tempo futuro, l'emozione trasmessa! Quando il poeta non riesce a cogliere quell'istante prezioso, le parole cariche di significato si perdono, muoiono senza nascere e il miracolo sfugge per sempre! Per questo dobbiamo essere grati a tutti coloro che scrivendo poesie fanno dono della propria anima ai lettori ed alla cultura. Questo io sento per la poesia e questo io trovo nei versi di Nicoletta. Le sue metafore sono simboli, immagini in movimento, cariche di forza vitale.
I solchi dei giorni è uno splendido titolo per un libro di poesie. Riaccende ataviche memorie legate alla terra. Terra, come Madre, origine primaria dell'uomo. Ne I solchi dei giorni si affacciano alla mente visioni di campi arati dell'Umana Esistenza, dove germogliano le semenze del nostro vivere: emozioni, sentimenti, aspirazioni, ideali… Via via che i versi s'inseguono si ha l'impressione di essere viaggiatori di un treno immaginario che corre attraverso evanescenti luoghi d'intima dimensione verso una meta irraggiungibile e sconosciuta. Come ad un finestrino le immagini si susseguono e prendono corpo distese di "spighe mature", il "mandorlo in fiore", le "fiaccole accese alle finestre", le "perle di luna", i "cieli di amianto"… Sfaccettature su gocce di pioggia in un gioco di "boschi di specchi" che riflettono l'anima di chi scrive e su cui rimbalza la consapevolezza delle diversità, la solitudine interiore dell'uomo, la dolorosa realtà di chi vive uno stato di handicap e nonostante tutto riesce a sorridere!
Nicoletta dice che "la vita si vive perché è vita", ma sottolinea quanto il sorriso di un disabile può farci riflettere sulle nostre amarezze, sulle nostre rabbie verso la vita e ci esorta a dare un giusto valore agli avvenimenti che ci coinvolgono, ad affrontare con più coraggio le prove che si pongono sul nostro cammino.
Nei versi di Nicoletta si riconoscono contraddizioni esistenziali presenti in ognuno di noi, la necessità essenziale di pace, ed una bramosa sete di libertà "verso dilatati spazi | dove nessuno è compagno"! Con quest'affermazione, l'autrice, ribadisce con tenacia il diritto alla propria indipendenza interiore, alla libertà della sfera personale e delle proprie scelte. Diritto che attraverso se stessa estende ad ogni altro essere umano. Perfino nel gestire il difficile ruolo di madre, riconferma questa sua convinzione e sostiene che non si può "intrappolare | raggi di sole tra capelli di vita", mettendo in risalto quanto sia difficile capire il malessere adolescente ma lasciando ad ognuno la libertà di vivere la propria vita.
Nelle opere dedicate ai familiari più cari, al fratello scomparso, alla madre e alla sorella, come non sentire la sofferenza indicibile che emana dai suoi versi? Nicoletta impone a se stessa di "ingoiare inutili perché", quelle mute domande non potranno avere risposte e attinge la sua forza nella consapevolezza che solo il ritrovarsi riunite negli affetti potrà alleviare il dolore "dell'ultimo canto di cigno".
Leggo e rileggo i suoi versi, mi colpiscono le pennellate tenere sugli eterni giochi dei bimbi, su quella "bambola negra – diversa ma unica –"; giochi contrapposti al "pressante silenzio" che incombe su una realtà fatta principalmente di "vecchi vestiti di scuro", dense atmosfere che riportano alla mente sapori di antiche novelle.
Memorie riaffiorano, ridestate dal passaggio di un treno che d'impulso il suo cuore configura al ritorno verso il paese natio. Il treno, immagine presente nei versi di Nicoletta; il treno che fu speranza, frontiera rappresentativa del sogno di una vita nuova, libera da schemi obbligati, al tempo in cui "gioventù ed ardore" fremevano. In quel treno, oggi, s'identifica un rimpianto per un mondo arcaico dove si "sgretolarono i profili dell'infanzia"; e lo "sconforto dell'adulto". Come un grido echeggia l'invocazione di quiete, di silenzio, di pace, il desiderio di obliare i fumi di antichi rancori, rimasti nella cenere di fuochi già spenti, messaggi perduti, inascoltati.
Nicoletta con i suoi moti del cuore e della mente ci porge le sue osservazioni, le riflessioni sul modo di vivere oggi e sulla realtà oggettiva del mondo circostante. Denuncia la tristezza delle nostre citta, "desolate al vento | cigolano insegne | di cittadina vita", dove "uomini soli cercano perdute primavere | – in calici di vetro, in tecnologiche palestre –", dove "l'erba… bionda", "nata tra sconnessi mattoni" sogna inutilmente di essere prato; dove "la polvere, regina, si alza | e falcia umanità superstite". Queste nostre citta dove "manca la festa, | l "allegria che si arrampica sui muri", dove manca "il sapere ascoltare" ed il saper "dire cio che si pensa del presente esistere". L'accusa è per questa nostra società, dove si usano grandi discorsi che tutto sommato sono solo parole di un dialogo fra sordi, e viene spontaneo fare una considerazione; questa "umanità superstite" e orfana! Da tutte queste valutazioni, nasce in me la sensazione che ogni poeta quando mette a fuoco nei suoi versi l'inquietudine di un'epoca, inconsapevolmente ricopre il ruolo del poeta veggente, il quale prima di chiunque altro vede gli effetti, il disagio dell'uomo del proprio tempo, ed invita a riflettere.
L'autrice dichiara apertamente che "cerca nell'origine | un filo conduttore, la fulminea verita" e ancora, `Non so, non ho mai saputo arginare | le angustie del riflettere"; quindi ci mette in guardia dal pericolo di questa nostra superficialità del vivere odierno, da questa indifferenza, dal cinismo, dalla mancanza di solidarietà, dall'intolleranza verso chi consideriamo socialmente inferiori, verso i diversi di qualunque tipo, dalle "moderne imposizioni", dagli sfruttamenti del nuovo schiavismo, dall'ambizione, che spinge l'uomo a primeggiare sull'altro ad ogni costo, da questa corsa frenetica di ogni giorno, perché siamo incalzati da un'infinita fretta, condizionati dall'orologio: è tardi, è tardi… Sì, "è sempre tardi"; e l'uomo corre, corre senza mai trovare se stesso in questa "civiltà sempre più inquinata, | sempre più disumanizzata"! Ci siamo perfino dimenticati del nostro passato, di quando eravamo noi gli esuli, gli stranieri, ci siamo dimenticati delle sofferenze di chi attraversò i mari su gusci di noce per un pezzo di pane sicuro!
Potrei dire ancora molte cose, che in questo viaggio di lettura ho colto pagina dopo pagina tra i versi di Nicoletta. Pagine lette tutte di un fiato, e poi rilette ad una ad una, per assaporare le vivide immagini, per coglierne i significati più veti e soffermarmi stupita dal colore delle varie metafore, paragonabili a sapienti pennellate di un dipinto, affinché la rappresentazione simbolica risulti chiara e calzante al tema. Alcune delle opere sembrano più nebulose, pur mantenendo nelle metafore la caratteristica visiva rivelano un contenuto intimistico complesso, hanno un'impronta talmente personale che forse dovremmo essere troppo indiscreti per svelarle, preferisco non approfondire, ognuno potra interpretarle a suo piacimento o forse è più giusto lasciare all'autrice un velo di mistero sui suoi pensieri più intimi e profondi.
Concludo questa mia carrellata, sperando di aver saputo interpretare nel modo adeguato i significati essenziali di queste opere, devo dire che questo compito "mi ha preso" in maniera totale, quindi ringrazio Nicoletta di averci fatto dono dei suoi "attimi preziosi". Raccolgo un ultimo messaggio d'amore tra i suoi versi, evidenziando la grande capacità di esaltare le sue metafore e trasformare la "terrosa polvere | col profumo di amarezze" in "stelle" che piovono sul tuo sorriso".
Per l'ennesima volta la sua profonda ricchezza interiore mette al primo posto l'Amore, "àncora tra cielo e terra, | nei miei ventosi giorni", unico baluardo per sconfiggere la sofferenza, la solitudine e l'indifferenza.

Letizia Santanna

Masso delle Fate Edizioni, Signa, 2002, pp.112.

Copyright © Nicoletta Corsalini

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