Di fronte al destino


DI FRONTE AL DESTINO

Poesie

 

UNA VOCE, ALLE SOGLIE DELL’ESSERE

 

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Di fronte al destino è un canzoniere per stazioni liriche tematico-cronologiche dove l’io e il tu finiscono col fondersi in un gioco di dissolvenze.
Qui i temi civili sono riportati nell'ambito di un drammatico sentimento del tempo e la tensione lirica si incarna nel moto dell’ex-sistere divenendo accezioni di una sola voce e il sotteso filo di tristezza fabulatoria di natura leopardiana da cui sembra sdipanarsi ne conferma il valore di dono per sé e per il lettore.
E il discorso conserva e modula, con un sapiente registro memoriale e testimoniale, un respiro drammatico in cui l'uomo gioca – più spesso perdendo e perdendosi – la carta della sua sorte. Come scrive l’autrice: “Bastano poche notizie dal mondo/per limare l’amore per l’umanità tutta.”
È questa, dunque, la testimonianza di una prova di vita e di scrittura con tutte le sue lacerazioni che, in quanto tali, permettono di aprire finestre su una verità carsica, continuamente mossa, scomposta eppure ricomposta dalla paziente mano dell’autrice con un procedimento musivo la cui alchimia rifonda in una orizzontale tessitura le parti disuguali e deconnesse del sentire e dell’esprimersi: “Guarda, si sono rotte le parole/pezzetti di sillabe/– come petali di maggio –/cadono, cadono nelle piazze/sui piedi della gente/sui pavimenti delle case”.
L'operazione di Nicoletta Corsalini si distingue perciò da quanti operano esclusivamente su reticoli linguistici; essa continua una tradizione in cui la componente segretamente orale cerca di dare consistenza e visibilità ad un umanesimo intimamente rivisitato. Peraltro, essa opera in questo senso – come si è scritto – con una sua particolarissima procedura che molto ricorda, di fronte alle avversità della sorte, la drammatica strategia di Penelope qui condotta ad una tensione estrema.
“E guarda la mie mani//guardale, sono pronte a scrivere,/a consumare la loro pelle/per arrivare a te/per arrampicarsi/ fino alla soglia del destino”, fino ad  affacciarsi a una finestra sul nulla. “ Ed è follia/ cercare di raggiungermi,/di riaviluppare il bianco stanco/ nel colore della tua voce”.
Tuttavia c'è, al fondo della sua operazione,una saldatura ossimorica per cui la componente destruens, apocalittica, sembra indicare, tacitamente, una pazienza di canto construens in cui la poesia si pone come centro vitale.
E qui entra in gioco la necessaria finzione del fare poesia, intendendo per finzione l'artificio, il fare arte come il procedimento sapienziale e, alla radice, ancora sibillino per la capacità di rivelazione attraverso un messaggio sempre attento a recepire l'imprevedibilità dello scarto semantico del pensiero divergente, fino al possibile transfert: “Io sono colei che/  non si ama o/ troppo si ama/ fino alla perdizione.// Io sono la tua maledizione,/ un raggio di sorella Fortuna.//Io sono Poesia,/abbandonati…”.
Come si è accennato, qui il dialogo sembra il frutto della scissione di un monologo interiore piuttosto che di una tensione verso l’altro. La poetessa pare rivolgersi all’altro, irrisolto, che è in noi e dunque l’io e il tu sono speculari,drammaticamente bifronti, nonostante l’apparente interlocuzione che si dirama in tutta l’opera.
Anche in questo senso siamo di fronte ad una scelta singolare perché generalmente il linguaggio post moderno si affida alle accelerazioni coattive del flusso di coscienza e della libera associazione delle idee. La sua, invece, è una scelta che tende a dilatare l'orizzonte d'attesa con toni ottativi senza tuttavia divenire conato retorico.
Nel leggere queste poesie trascorriamo da campi e tempi lunghi a primi piani in cui l’attimo si duplica, moltiplica e immilla fino al disolvimento, da visioni prefiguranti, a spaccati domestici, a flashs di rovinismi storici.
Tutto ciò meditatamente in una sorta di presente distaccato o di distacco dal presente. “Distesi sulla tavola predicevano/ tarocchi periodi/ di entusiasmanti avventure,// ma sul fiume le canne fremevano/ al vento/ e lasciavano cadere sull’acqua/ il senso del sempre/ insieme alla immacolata gioventù”.
Ecco dunque che il procedimento di semplificazione messo in atto dalla Corsalini non è di riduzione, ma intenzionalmente vuole comporre in un unicum stilematico questa complessa operazione ed offrire al lettore un testo frutto di lunga lavorazione e macerazione fino ad adombrare le inattingibili radici dell’io dove l’uno e il due, il caos ed i suoi algoritmi muovono tramite le metamorfosi dell’eros desiderante un ritorno a un concreto futuro, con uso di poesia, di fronte al destino.
 

Postafazione di Franco Manescalchi

Foto di Tony Vaccaro

Masso delle Fate Edizioni, Signa 2008, pp. 80.

Copyright © Nicoletta Corsalini

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